Monica De Cardenas è lieta di annunciare The Human Stain (“La macchia umana”), titolo ispirato al celebre romanzo di Philip Roth. La mostra riunisce artisti che nelle loro pratiche indagano la figura umana e le sue zone di ambiguità, facendo emergere, attraverso la pittura, ricordi, sogni ed emozioni. La “macchia” si manifesta come elemento al tempo stesso metaforico e letterale: da un lato coincide con ciò che nell’immagine resta sospeso, non pienamente dicibile o leggibile; dall’altro appartiene alla materia stessa del dipinto, nelle pennellate e nelle tracce di colore. In questo spazio, la figura appare instabile, oscillando tra presenza e dissolvenza, tra riconoscibilità e sottrazione.
Michael Ajerman (New York 1977, vive a Londra) concepisce la pittura come strumento per indagare stati emotivi e la percezione del presente, lasciando che gesto e colore si modifichino in relazione ai soggetti e alle idee in gioco. Le sue immagini, non premeditate, si sviluppano attraverso associazioni libere in cui convivono ironia, ambiguità e una sottile dimensione voyeuristica. In questo processo, la pittura si afferma sia come costruzione di senso sia come atto ludico, consapevole della propria natura materiale.
Al centro della ricerca di Emilio Gola (Milano 1994, vive a Milano) vi è la rappresentazione della vita quotidiana della sua generazione. Nei suoi dipinti compaiono amici ritratti in momenti informali: conversazioni, attese, momenti di riposo o scene di socialità domestica. Le composizioni dense e stratificate accumulano oggetti ordinari, generando immagini sospese tra intimità e inquietudine. Attraverso una pittura figurativa intensa e materica, Gola indaga rapporti umani, vulnerabilità e dinamiche relazionali, trasformando una dimensione privata in racconto collettivo.
I dipinti di Erin Lawlor (Londra 1969, vive a Londra), pur astratti, lasciano emergere un sottosuolo figurativo con richiami organici: correnti d’aria e d’acqua, elementi atmosferici, stagioni. Questi si traducono sulla superficie in movimenti della mano e mappe di forze, evocando volatilità e mutevolezza che richiamano il movimento perpetuo di certi dipinti settecenteschi.
Le opere di Christopher Orr (Helensburgh 1967, vive a Londra) oscillano tra evocazione figurativa e dissoluzione atmosferica, al confine tra naturale e soprannaturale, storia e folklore, finzione e formalismo. Ispirandosi alla pittura inglese del XIX secolo e a maestri come J.M.W. Turner, Orr traduce visioni oniriche in composizioni dove luce e atmosfera diventano elementi generativi, capaci di sospendere la narrazione e disarticolare la percezione.
Alessandro Pessoli (Cervia 1963, vive a Los Angeles) costruisce i propri dipinti attraverso una fluida eterogeneità di tecniche e di stili, in cui collage e vernice spray si integrano al gesto pittorico. Il suo lavoro intreccia riferimenti storici all’arte, al cinema, al teatro e alla cultura popolare, in immagini sospese tra ironia e grottesco. La pittura si configura come un processo di costruzione e decostruzione linguistica, simbolica, fisica, in cui la storia diventa uno spazio mutevole per esplorare il subconscio e le sue tensioni.
La pratica di Gideon Rubin (Tel Aviv 1973, vive a Londra) impiega la sottrazione come dispositivo percettivo, eliminando i tratti somatici per trasformare i soggetti in presenze anonime e archetipiche. Questa neutralizzazione genera un cortocircuito tra riconoscimento e distanza, evocando sia familiarità che mistero e aprendo uno spazio di proiezione e memoria.
Ivan Seal (Stockport, UK, 1973; vive a Berlino) sviluppa un repertorio di forme e oggetti che sembrano emergere da una logica interna, svincolata dal reale. Le sue composizioni costruiscono una plausibilità ambigua, in cui elementi apparentemente riconoscibili si rivelano instabili e indecifrabili. Ne derivano immagini-simulacro, sospese tra costruzione mentale e presenza materiale.
Guy Yanai (Haifa 1977, vive a Marsiglia) costruisce immagini attraverso una pittura nitida e sintetica, definita da superfici piatte, profondità bidimensionale e rapporti cromatici calibrati. Paesaggi, interni e oggetti quotidiani – filtrati da memoria e immaginari mediatici – sono tradotti in strutture essenziali e composizioni rigorose. Il suo lavoro si fonda su un processo di riduzione in cui ogni elemento è misurato. In questa economia formale, ciò che viene omesso introduce una latenza che altera la lettura e produce una tensione silenziosa.