Corrado Levi - Lettere agli amici
A cura di: Beppe Finessi
Corrado Levi, Lettere agli amici, 2025, RIBOT
Inaugurazione:
10 dicembre 2025
18:00 – 21:00
Mostra:
10 dicembre 2025 – 17 gennaio 2026
Corrado Levi - Lettere agli amici

Ha sempre amato scrivere. Ha elaborato trattatini, steso diari, distillato poesie, giocato con le rime, e cercato (e trovato) un posto tutto per sé tra la poesia visiva e la poesia concreta con i suoi sublimi “Canti Spezzini”.

Con le parole ha realizzato opere, e con le lettere dell’alfabeto in particolare si è cimentato in più occasioni, forse perché immaginare un modo nuovo di scrivere vuol dire “mettere al mondo il mondo”, come suggeriva il suo caro amico Alighiero.

Così proprio un anno fa, per sorridere agli amici, Corrado Levi ha iniziato a dipingere una L per Lia, una A per Anna, una E per Elisa, una P per Primo, un’altra L per Luisa, una F per Fabio, una S per Sandra, una G per Giacinto, una R per Rosa Maria, una O per Otto, una M per Monica..., e da lì è cominciata un’azione che non poteva certo esaurirsi negli auguri di Buon Anno, perché aveva l’energia e la visione per proseguire oltre, e dare vita a una serie di alfabeti realizzati ogni volta su un procedimento diverso, perché fare la stessa cosa seguendo regole differenti è uno dei modi ricorrenti del suo agire, certo omaggio all’amato Raymond Queneau e ai suoi “Exercices de style”.

Così, da ormai cinquanta settimane e con quotidiana dedizione, si è cimentato con questa nuova sfida, per arrivare oggi a oltre cinquanta sequenze di 26 opere/lettere, serie differenti tra loro ma omogenee e coerenti al loro interno, perché figlie di una stessa logica progettuale.

Serie dove ci sono i suoi amati “tre colori”, che lui non chiama “fondamentali”, ma “quelli dell’arte”, che sono i rossi i blu e i gialli che qui diventano un tutt’uno, e serie dove ci sono altri tre colori, quelli della bandiera italiana, il verde il bianco e il rosso, che si sciolgono nella stessa “pennellata”. Ma ci sono anche sequenze monocrome: una tutta blu che sembra richiamare il Majorelle dei suoi anni vissuti a Marrakech; una tutta rossa omaggio a Mario Schifano, che il nostro aveva amato dalla prima ora e sostenuto nei primi anni Ottanta; una tutta nera dove la pittura ad ampie campiture, regalate da una larga spatola, viene lavorata con la punta della stessa per portare ulteriori segni sulla “materia”; una tutta gialla dove la base a matita si rivela e vince su quel colore acceso ma trasparente, e un’altra tutta bianca, eco al beffardo Piero Manzoni e al mitico Robert Ryman, e ancora una tutta viola, semplicemente perché la scatola dei colori sul tavolo da lavoro offriva una confezione ancora da iniziare.

Inizialmente l’acrilico era steso direttamente con il tubetto, e così scendeva irregolare, a volte in grandi quantità, mentre nelle serie più recenti è la spatola, di differenti dimensioni, a governare la distribuzione del colore. Ma le modalità si possono mescolare: in una serie le lettere “spatolate” in nero sono a destra del foglio, mentre a sinistra tre strisce verticali gialle rosse e blu sono stese direttamente col tubetto. In una gemella, omaggio al “Tour de France”, le lettere gialle (come la maglia del vincitore) fanno da contrappunto a tre segni blu bianchi e rossi, come la bandiera di quel paese, mentre in un’altra ancora la lettera è azzurra e i tre segni sono quelli del vessillo italiano (hip hip urrà!).

In una sequenza grandi lettere sfidano ampie X nere stese in precedenza, in un’altra una cornice marrone (come fosse legno) perimetra la superficie del foglio e diventa il contorno di un alfabeto policromo, e in un’altra ancora un tondo argenteo accoglie la lettera scritta a mano impugnando il tubetto di colore oro.

Se l’acrilico seccandosi sul tappo diventa una concrezione colorata, anche questa può entrare nel foglio, cristallizzandosi in un tris di “coriandoli” che piovono liberi sulla superficie di carta, equilibrando con la loro presenza il disegno delle lettere diventato nel frattempo dimensionalmente più contenuto.

Levi ha spesso usato il nastro adesivo nella sua opera, a volte come strumento di lavoro, altre come materiale da tecnica mista. Così una serie è disegnata sovrapponendo il colore anche a frammenti di nastro di carta, mentre in un’altra lo stesso nastro è rimosso una volta dipinto (come aveva fatto nella sua leggendaria azione “Pittura su muro e porta”, 1985), rendendo le lettere incomplete e in parte enigmatiche, come nella sequenza dove solo la metà di ogni lettera è colorata, mentre l’altra parte è lasciata alla sottile traccia di grafite.

Non mancano piccoli azzardi, come quelli di una serie caratterizzata da fori realizzati impugnando un grosso chiodo, che diventa il suo omaggio a Lucio Fontana, amico di famiglia. Ci sono ghirigori che sembrano puri divertissement: giochi di segni a pennarello come rampicanti che si intrecciano lungo la struttura di ogni singola lettera, e altri tratti raddoppiati triplicati quadruplicati, realizzati impugnando insieme un fascio di pennarelli. E c’è anche un evidente corto circuito: una sorta di groviglio dove a pennarello nero tutte le ventisei lettere sono inscritte una dentro l’altra, come in una intricata ragnatela.

Ci sono alfabeti dove la matita si unisce al pennarello, e altri dove quest’ultimo si mescola all’acrilico. Altri dove la matita è da sola, e corre spedita sul foglio, fluida come quella dell’amica Lisa Ponti. Altri ancora dove il doppio tratto dei pastelli a olio è poi steso con le dita, e così sfumato e stemperato.

E poi, come sempre per lui, c’è la quotidianità della vita intorno: se l’amica Lilli porterà una busta con dei bottoni, qualcuno di quei tondi diventerà parte di una costellazione dove nasceranno nuove vocali e consonanti; se un ulivo del terrazzo purtroppo seccato offrirà rametti per una nuova serie, quei bastoncini e quei legnetti si sovrapporranno alle lettere, diventando parte del loro segno, della loro forma, del loro profilo.

Nel definire ogni sequenza, la firma dell’autore gioca spesso un’ ulteriore partita, concludendo e a volte bilanciando il disegno, e così cercando spazi tra le lettere, inserendosi o scartandole, o altre volte “sovrapponendosi”, ma sempre in punta di piedi (leggi di matita): certo, à la Corrado.

 

Beppe Finessi

CORRADO LEVI, PRESS RELEASE, 2025, RIBOT.pdf
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